2018 - 04 - 28: Prof. Michele Russo - U '' Piriu '': da oggetto rituale a giocattolo

Sabato 28 aprile 2018 alle ore 17.00 nei locali dell'Associazione per la Tutela delle Tradizioni Popolari del Trapanese sita in Trapani via Vespri 32 si è svolta in seconda convocazione l'Assemblea ordinaria dei soci.
Constatata la sua validità si è provveduto a nominare il segretario e gli scrutatori.
Hanno fatto seguito:
- la lettura del verbale della seduta precente approvato all'unanimità
- la relazione del Presidente  
- la relazione del Segretario
- l'approvazione del Bilancio consuntivo del 2017 all'unanimità
- l'approvazione del Bilancio preventivo del 2018 all'unanimità
- la relazione del Collegio sindacale
- la riconferma dei membri del Direttivo con la variazione di alcuni incarichi al suo interno e la nomina di due membri supplenti all'unanimità
- la modifica della composizione del Collegio sindacale all'unanimità
- la riconferma di alcuni collaboratori con l'integrazione di altri nuovi all'unanimità
e la sua chiusura alle ore 18.00.

Alle ore 18.20, con la partecipazione di un folto gruppo di ospiti e di simpatizzanti, l'attività è proseguita con la relazione del Prof. Michele Russo, socio dell'Associazione e quindi ben noto a tutti i presenti, che continuando il filone dei giochi fanciulleschi iniziato qualche annofa ha parlato del gioco del '' Piriu '' molto in voga fino agli anni 50 del secolo scorso.

Si riporta di seguito ed integralmente quanto riferito in merito dal Prof. Russo avendolo lo stesso gentilmente reso disponibile per il suo inserimento sul sito del sodalizio insieme ad una serie di diapositive proiettate nel suo corso.

'' “  U  PIRIU  ”: da oggetto rituale a giocattolo di Michele Russo. 

La chiacchierata di questa sera è la continuazione delle precedenti relazioni sui giochi fanciulleschi della nostra infanzia, da me tenute rispettivamente nel 2012 e nel 2013. Dall’analisi di alcuni di questi giochi che noi, fanciulli di allora, praticavamo e che ci avevano trasmesso i nostri genitori e i nostri nonni, è scaturito che essi non sono solo semplici trastulli, ma testimonianze di leggi, delle quali  alcune ormai non più contemplate dalla giurisprudenza, mentre altre continuano ad essere ancora basilari del  diritto, di antiche filastrocche dimenticate, di preghiere, di scongiuri, di pratiche magiche e divinatorie, di credenze ed aspirazioni dell’umanità.

Vi ho parlato sul gioco “ Tri tri ” e in particolare sulla filastrocca che scandisce il salto di ogni concorrente.

Così, quella filastrocca, da noi ripetuta “ senza coscienza”,  durante il gioco, diventava lo specchio di un tenore di vita, il grido di un proletario oppresso, ridotto quasi a servo della gleba, ma saldo nei suoi affetti e nel concetto sacro della famiglia.

Nell’incontro dell’anno successivo, il 2013, vi ho presentato la mia interpretazione di un altro gioco, che  era praticato soprattutto dalle ragazze.

Era il gioco “ Peri zoppu” meglio conosciuto come “ Campana ”.

La mia modesta interpretazione dei nomi diversi coi quali veniva tramandato il gioco e soprattutto delle parole “ mondo ”, “ luna ”, “ settimana ”, “ salto in paradiso ”, della scritta “ terra ” nel semicerchio in basso e “ cielo ” nel semicerchio in alto, dello schema del gioco, che va da sette a dodici caselle, delle tre fasi del gioco ed infine del modo di svolgimento, mi hanno convinto sempre di più che “ Peri zoppu ” non era solo un gioco ma era la narrazione simbolica di un viaggio nell’aldilà, un viaggio dell’anima umana attraverso i tre regni dell’oltretomba, dall’abisso infernale all’alto dei cieli, e che nella nostra religione, il Cristianesimo, simboleggia il viaggio sulla terra che ciascun cristiano compie, attraverso tante prove, prima di poter tornare al Cielo, a Dio, Sommo Creatore.

Fatto questo breve riassunto, anche questa sera mi sono proposto di presentarvi il significato nascosto, frutto di una  mia interpretazione, certo anche questa discutibilissima, di un altro gioco dimenticato della nostra fanciullezza che ci faceva divertire con poco, che ci permetteva di muoverci, di stare all’aria aperta, di socializzare: il gioco della “ trottola ”.

La trottola è un giocattolo che tutti i bambini di un tempo conoscevano, oggetto molto caro del quale non si separavano mai. Infatti fino alla fine degli anni ’60, in ogni angolo di strada, gruppi di fanciulli si sfidavano a fare girare questo giocattolo di origine antichissima del quale non si conosce l’inventore né la località precisa della sua origine. Sappiamo che in Europa era un gioco molto diffuso tra i Romani e i Greci. Inoltre era presente in America già prima dell’arrivo di Cristoforo Colombo, e, secoli prima della nascita di Cristo, era praticato anche in Africa ed Asia ed è stato testimoniato in un dipinto egiziano del 3500 a. C.. Alcuni esemplari sono stati trovati in diversi scavi archeologici  addirittura di oltre 6.000 anni fa, come ad Ur in Mesopotamia, e negli scavi della cosiddetta terza città dell’antica Troia, o di Pompei, e in alcune tombe etrusche.

Numerose sono le citazioni di questo gioco nella letteratura dalle quali si evidenzia che, in tempi passati, ha avuto un’importanza molto maggiore di quella della quale gode oggi: per esempio, Omero, nell’Iliade, usa la figura della trottola come similitudine per descrivere il roteare di una pietra lanciata da Aiace. Viene, inoltre ricordata da Platone, Aristotele, Plinio, Callimaco, Virgilio, Ovidio. Cicerone e Catone usavano consigliare questo gioco ai ragazzi come alternativa più seria e salutare al gioco dei dadi.

Del gioco della trottola si trova ricordo negli scritti di Shakespeare e in molti poeti del periodo Elisabettiano.

Nella letteratura francese si trovano cenni in un manoscritto  del tredicesimo secolo.

La trottola è presente anche nella letteratura tedesca. Il ricordo più antico si trova in un manoscritto del 1250 circa.

A Ferrara nel Castello degli Estensi si trova in una parete un affresco del secolo XVI, raffigurante il gioco della trottola, opera di Sebastiano Lippi.

Il Vocabolario degli Accademici della Crusca così definisce la trottola: “ Strumento di legno di figura piramidale, entrovi un ferruzzo, col quale strumento i fanciulli giuocavano, facendol girare con una cordicella avvoltagli intorno ”.

A secondo del periodo e della località, le trottole hanno avuto varia forma e grandezza. Il Pitrè ne documenta 15 tipi, ma due erano i modelli principali: quello rotondo e quello a pera.

Il giocattolo nei secoli è conosciuto sotto nomi diversi: i Romani lo chiamavano “ turbo ”,  mentre i Greci lo hanno tramandato col nome di “ ῥόμβος ” e di “ στρόμβος ”. Era un pò diverso da quello nostro, perchè aveva la forma  di una ruota a quattro raggi e si faceva girare muovendo dei lacci.

Dante ed altri autori del Medioevo, come Boccaccio, Torquato Tasso, lo ricordano come “ paleo ”.

A Trapani e, in generale, in Sicilia e nei territori dell’ex Magna Grecia, la trottola è conosciuta come “ strùmmalu ” dall’etimo greco “ στρόμβος ”, ad Erice è ricordata come “ cócula ”, pallina e come “ bùsciu ” perché fabbricato col legno di bosso che in dialetto viene chiamato “ bùsciu ”.

A Paceco la chiamavamo “ pirìu ” la cui etimologia sicuramente viene dal francese “ pirouette ” che significa rapida rotazione del corpo attorno a se stesso. Il vocabolo in origine, infatti, indicava la “ trottola ”.

Permettetemi, da questo momento, di chiamare, durante la mia chiacchierata, la trottola “ pirìu ” come ero solito chiamarla quando fanciullo giocavo con i miei coetanei.

“ U piriu ” è composto da una parte lignea e da una parte metallica. 

Un buon “ pirìu ”, per quanto riguarda la parte lignea, doveva essere fatto da un buon artigiano al tornio usando legno di radice d’ulivo per essere compatto e privo di venature per evitare di poter essere  causa di rottura se il giocattolo avesse dovuto subire la punizione, consistente in colpi inflitti dal “ piriu ” degli altri giocatori. Spesso, la parte superiore della parte lignea veniva decorata dai proprietari in diversi colori, in centri concentrici, che, girando vorticosamente, creavano un effetto fantasmagorico.

La parte metallica, chiamata “ punta ”, aveva lunghezza e spessore vari a seconda del tipo di “ pirìu ” nel quale veniva impiantata. C’era la punta poco sporgente e sottile per un “ pirìu ” leggero, cioè fatto solo per girare, quindi poco offensivo, ma in un “ pirìu da combattimento ” la “ punta ” era lunga circa 3 centimetri ed aveva un diametro di circa 7 millimetri, poiché doveva colpire ed eventualmente spaccare il giocattolo dell’avversario.

Se la parte terminale della “ punta ” appena costruita era arrotondata, bisognava provvedere subito a limarla e a renderla appuntita per essere il giocattolo molto aggressivo e capace di infliggere agli altri “ pirìa ” avversari gravi ferite chiamate “ pippàti ”.

Quando il ferro non era ben equilibrato con la parte lignea, perché troppo lungo o non abbastanza dritto, allora “ u pirìu ” non “ piriàva bonu ”,  ma ballava e saltellava, se invece girava bene si diceva che era “ ʽna cima ”.

Se “ u pirìu ”,  quando era preso in mano mentre girava,  era leggero, si diceva che era “ ʽna pinna ”, se, invece,  era troppo pesante, era “ un chiùmmu ” o “ ʽna chiànca ”. Per ovviare a ciò allora si estraeva la punta e si introduceva nella cavità di alloggiamento del ferro un po’ di escremento di cavallo o di mulo o, in mancanza, una mosca ancora viva, e poi si piantava la punta.

Infine, elemento indispensabile perché “ u pirìu ” potesse girare e funzionare era la “ lenza '', lo spago, il laccio, che si avvolgeva a spirale partendo dalla punta fino a metà del legno. Il laccio migliore da utilizzare era quello che si chiamava “ rumanedd(r)u ”: era resistente e non si sfioccava. Alla fine del laccio si era soliti fare “ u ruppu ”, un nodo o inserire il capo in un tappo di latta bucato, per poterlo trattenere meglio tra l’anulare e il mignolo ed evitare che la “ lenza ” sfuggisse di mano. Se lo spago non era “ agghiummuniatu ”, cioè avvolto, bene, la “ lenza ” poteva “ scuffàri ” per cui il lancio del giocattolo non poteva avvenire. Per scongiurare la “ scuffatìna ” occorreva, prima di tutto, una buona leccata al capo iniziale dello spago che poi doveva essere tenuto col pollice fino a quando non veniva ricoperto dalle spire della “ lenza ” rimanente.

Prima di iniziare il gioco vero e proprio si procedeva ad eleggere “u capu” e “u sutta capu”  due specie di arbitri che controllavano il gioco e ne dettavano le “ leggi ” da osservare.

Compiuta la delicatissima operazione dell’avvolgimento della “ lenza ”, si passava alla fase di fare “ piriàri u pirìu ”. I metodi per lanciare “ u pirìu ” ed imprimergli il movimento rotatorio erano due: di “ sutta ” detto anche “ a fimminina ”, cioè prendendolo dal basso col palmo della mano ed inserendo la punta tra il medio e l’anulare e di “ supra ” con l’indice posto sulla testa della parte lignea. Quest’ultimo lancio era più potente, come pure lo era quello con la punta rivolta verso l’alto. In quest’ultimo lancio importante per la potenza era l’inclinazione che si dava al braccio tanto che fu oggetto di studio di qualche matematico che ne trovò la funzione trigonometrica più attinente.

Una delle abilità fondamentali e necessarie nel gioco era saper “ pigghiàri u pirìu mmanu ”, cioè prenderlo da terra sul palmo della mano senza interrompere “ a piriata ”. Ciò avveniva in questo modo: rasentando la terra con le nocche, indice e medio divaricati, la mano si portava delicatamente sotto “ u pirìu ” e toccandolo leggermente con la punta dell’indice si “ invitava ” a salire sul palmo. Poi si alimentava la girata muovendo la mano in senso rotatorio.

Il divertimento, però, non consisteva soltanto nel fare girare più a lungo “ u pirìu ”, ma soprattutto in una specie di “ combattimento ”, che veniva chiamato “ gioco del cerchio ” o “ a’ scanna ”, le cui regole erano le seguenti: si tracciava per terra un cerchio, all’interno del quale bisognava fare roteare “ u pirìu ”. Quello che “ s’astutava ”, cioè che si fermava per primo, era il perdente e, quindi, la vittima sacrificale. Veniva posto al centro del cerchio e doveva subire gli attacchi degli altri concorrenti che miravano a colpirlo e, se possibile, spaccarlo. Ma, a volte, succedeva che, per la foga eccessiva del lancio, si spaccava “ u pirìu ” attaccante.

L’obiettivo del gioco era  di fare uscire dal cerchio, dopo averlo colpito, “ u pirìu che era sutta ” e, successivamente  infliggere la pena stabilita all’inizio del gioco.

A fine gioco “ u pirìu ” che restava perdente veniva fissato saldamente per terra, tra grida selvagge di eccitazione e “ attagnàtu ” cioè massacrato a colpi di “ pippàti ”.

La feroce speranza di chi infliggeva “ i pippàti ” era quello di “ sghidd(r)àri ”, cioè scheggiare il malcapitato giocattolo. Ogni pezzettino di legno asportato a colpi di “ pippàti ” era considerato un vero trofeo e lo si addentava ripetutamente come se fosse un pezzettino di pane, da cui il nome di “ panuzzu ”.

Il colpo da maestro consisteva nel riuscire a spaccare in due “ u pirìu ” perdente. Una tale prodezza meritava di essere esaltata ed immortalata, ragion per cui l’autore si poteva fregiare di un “ tàcciu ”, un chiodo da suola di scarpa a testa larga, conficcato nella parte superiore del proprio “ pirìu ”.

Se un ragazzo aveva un “ pirìu ” pieno di “ tàcci ” significava che era un campionissimo ed aveva a suo attivo altrettanti trofei.

I ragazzi che possedevano un valido “ pirìu ”, fatto di buon legno e ben equilibrato, per evitare che fosse rovinato e distrutto dagli avversari, quando andavano sotto, estraevano dalla tasca un “ pirìu ” di riserva, di qualità più scadente e lo scambiavano con quello col quale abitualmente giocavano e che avrebbe dovuto subire gli attacchi e la pena.

Durante il gioco un’antica frase rituale che veniva pronunciata prima di sferrare il colpo era: “ occhiu di vitru e occhiu di cristallu / unni ti viu t’abballu! ”.

Cercare di colpire quello che era sotto era un rischio: chi non riusciva, infatti, veniva squalificato o diventava esso stesso vittima a meno che egli non avesse avuto l’abilità di riprendere il proprio “ pirìu ”, se ancora stava girando, sul palmo della mano e ributtarlo, cercando di dare un colpo, una “ culacchiàta ” a quello che era sotto per farlo uscire fuori dal cerchio. Chi non si sentiva abbastanza sicuro a prenderlo in mano lo spingeva contro trascinandolo con lo stesso spago.

Ma qualche volta ciò non riusciva e molti “ pirìa ” si accumulavano al centro del cerchio. A questo punto, data l’impossibilità di colpirli tutti, il lanciatore gridava: “ Cu nesci nesci si pigghia u so ”. Questo comportava che i proprietari dei “ pirìa ” che venivano spinti fuori dal cerchio, potevano rimetterli in gioco.

Un altro rituale del gioco era il seguente: Colui che si accingeva a colpire “ u pirìu ” che era “ sutta ” poteva tirare in ballo un compagno, dicendo “ va’ cunsìgnati ” e diceva il nome del compagno prescelto. Ciò significava che, se egli riusciva nell’impresa di spingere fuori “ u pirìu ” che era sotto, l’altro chiamato in causa diventava la vittima. Se poi il giocatore era molto bravo e si sentiva sicuro del fatto suo, tirando tutti in ballo, diceva : “ All’infora di chidd(r)u meu, tutti sutta ”.

Un altro modo più semplice di giocare era: tracciare un linea per terra. Per stabilire chi doveva andare sotto bisognava centrarla. “ U pirìu ” che andava più lontano andava sotto. Quindi si posizionava “ u pirìu ” che era sotto sulla linea e, stabilita la lunghezza del percorso, bisognava spingerlo fino alla fine del percorso, colpendolo direttamente col lancio o spingendolo a colpi di “ culacchiàti ”. Se qualcuno non riusciva a colpirlo o a farlo muovere andava sotto al posto di quello. 

La fine del gioco comportava subire la pena descritta precedentemente.

Fatta questa disquisizione, che spero non sia riuscita pesante, soprattutto al sesso femminile, sul piacere di tanti fanciulli nel fare “ piriàri ” questo semplice giocattolo, e sui termini usati nel gioco, ormai quasi dimenticati da parecchi ma che fanno parte del nostro passato linguistico, ci sembra quasi difficile comprendere come mai sono bastati pochissimi decenni di accelerazione tecnologica e di trasformazione sociale per farlo dimenticare quasi totalmente, anche se a Montedoro, in provincia di Caltanissetta, è stato eretto un monumento a “ u piriu ”.

Eppure questo semplice giocattolo, che ha fatto esultare tanti concorrenti vincitori ed ha mandato in depressione quelli perdenti, fin dai tempi più remoti è stato più che un semplice giocattolo, uno strumento magico, tanto che alcuni suppongono che il mondo sia nato con il lancio di una trottola.

Ma, da che cosa è scaturita l’idea della trottola?

Molti studiosi sostengono che la trottola trae la sua origine dai primitivi sistemi di accensione del fuoco e fu subito di ampia diffusione fra i popoli primitivi, presso i quali ebbe funzioni differenti in singoli contesti religiosi.

Nella Grecia antica la trottola era considerata uno strumento magico al quale ricorrevano le donne per attirare a sé l’uomo amato, mentre presso gli Ebrei era il ricordo di un momento tragico della loro esistenza, e veniva associata  alla nuova inaugurazione del tempio di Gerusalemme che era stato profanato dagli Assiri.

In generale, la trottola è stata usata come un importantissimo strumento di cerimonie rituali, comprendenti sia pratiche magiche che religiose, legate al concetto della fertilità ed, in modo ampio, alla predizione del futuro. Essa sarebbe il prototipo di tutte le trottole più complicate che, probabilmente, servivano da strumento a stregoni ed indovini.

Si può pensare che gli antichi facevano girare le loro grandi trottole per trarre, dalla loro fermata, dalla loro caduta e dal percorso fatto, gli auspici circa il successo delle loro imprese.

Infatti, per il suo movimento poco controllabile e per il suo valore simbolico legato al concetto di equilibrio, da sempre la trottola è stata utilizzata per predire il futuro, associando il suo movimento all’idea astratta del divenire. Infatti, l’umanità, nel girare della trottola, ha percepito, incosciamente, il  roteare stesso del pianeta che la ospitava, la nutriva e che lei da sempre aveva cercato di influenzare e modificare.

Un riflesso dell’antica funzione di culto è possibile ravvisarlo tra i popoli primitivi, coltivatori, presso i quali giocare col “ pirìu ”, in ben determinati periodi dell’anno, non era un semplice divertimento, ma aveva lo scopo di aiutare la natura nella sua funzione vitale, che è quella di dispensare alla comunità un buon raccolto.

A tale scopo, infatti, nel Borneo e nella Nuova Guinea, dopo la semina, i contadini facevano girare le trottole per stimolare la crescita dei germogli.

La trottola, attorno al XIV secolo,  ha la massima diffusione in Inghilterra, dove veniva abbinata alla cerimonie religiose del “ Martedì Grasso ”, ricorrenza che viene considerata l’inizio del risveglio della natura. Durante quelle cerimonie si organizzavano delle vere “ corse ” di trottole lungo le strade delle parrocchie per prevedere l’andamento dell’anno e per propiziarsi una buona annata agricola.

Una cerimonia simile avveniva in inverno presso popoli indigeni precolombiani dell’America del Nord i quali facevano fare alle trottole un giro completo attorno alle proprie capanne.

A confermare la potenza vitale della trottola, in Giappone è testimoniata una particolare produzione artigianale di trottole “ partorienti ”, cioè trottole che, durante il giro, liberavano altre trottole più piccole.

L’aspetto divinatorio, in maniera più marcato, lo troviamo in Italia, nell’800, in seno all’organizzazione camorristica, presso la quale la scelta di chi doveva commettere un assassinio veniva affidato ad una trottola. Scrive il criminologo napoletano Abele de Blasio  in  “Usi e costumi dei camorristi”:
‹‹ Si ricorre a ‘o strummolo quando si vuole stabilire chi di una comitiva deve commettere un assassinio; ed allora i nostri malviventi si recano alla calata d’ ‘o sole dalla fattucchiera, che ordina a’ convenuti di disporsi intorno ad una tavola; poi prende ‘o strummolo e gl’imprime, colla destra, un movimento di rotazione. Se la trottola gira con vigore, è indizio che si riuscirà nell’impresa e il designato sarà colui presso il quale ‘o strummolo va a fermarsi››.

E non è forse una versione moderna dell’antica trottola la roulette al cui gioco parecchi affidano le proprie sostanze per uno sperato e desiderato raddoppio di esse?

Potrei continuare ancora per un poco a elencarvi testimonianze sull’uso della trottola, ma vorrei presentare un’ ultima utilizzazione, che si è estesa fino ai nostri giorni, anche in forma molto attenuata e sotto le spoglie di un semplice gioco, e che ha coinvolto parecchi di noi, credenti o non credenti dell’arte magica di questo oggetto: chi di noi non esperto delle potenzialità di una squadra di calcio, non abbia usato le trottoline con impressi su tre lati 1 X 2 che servivano a compilare le schedine del Totocalcio lasciando fare alla fortuna?

Vorrei concludere con l’augurio che, in avvenire, i giovani di oggi possano provare quella gioia che abbiamo provato noi nel giocare con “u pirìu” ma che non debbano affidarsi al suo “ piriàri ” per avere auspici per il proprio futuro. ''


La relazione, che tanti ricordi ed eventi ha fatto tornare alla mente dei presenti, specialmente di sesso maschile, è stata seguita da una partecipata discussione nel corso della quale, essendo disponibili alcuni '' pirii '' di una collezione privata, alcuni soci hanno provato ad utilizzarli dando prova di abilità nel loro uso frutto di una lunga e giovanile esperienza di gioco in cui era anche possibile nelle città avere tanto spazio per giocare in vari modi essendo allora il traffico cittadino molto ridotto e limitato.

Al termine il Presidente. Prof. Salvatore Valenti, dopo averlo ringraziato per aver rinverdito i tempi dei giochi giovanili, a nome dell'Associazione e dell'evento ha donato al Prof. Russo il libro '' Sicilia risorgimentale '' di S. Costanza.

L'incontro si è quindi concluso ricordando ai soci che la scampagnata del 1° maggio 2018 si sarebbe tenuta presso l'agriturismo Villa Burgarella  in Contrada Pietre Tagliate da raggiungere con mezzo proprio  entro le ore 11.00. 





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