2019 - 03 - 23: Prof. Pietro Monteleone - Barche tradizionali trapanesi

Sabato 23 marzo 2019 alle ore 18.20 nella sala delle conferenze dell'Associazione per la Tutela delle Tradizioni Popolari del Trapanese sita in Trapani via Vespri 32 con la partecipazione di un numeroso gruppo di soci e di simpatizzanti ha avuto luogo il settimanale incontro prvisto dal programma delle attivitù culturali del XXXIII Corso di cultura per la'anno 2019.













L'ospite e relatore della serata, Prof. Pietro Monteleone, che per la prima volta ha partecipato agli incontri culturali del sodalizio, è stato accolto dal Presidente, Prof. Salvatore Valenti e dai presenti in sala  cordialmente e con curiosità considerato il tema che avrebbe trattato nel corso della serata.

Trapanese, docente ormai in quiescenza, presso il Lieo scientifico di Trapani, socio della Lega Navale, fin dalla tenera età è stato attratto dal mare e dalle sue preziose risorse nonchè dalle attività economiche che si sono svolte nel porto della città. Velista, oggi si dedica al modellismo ed in particolare alle imbarcazioni più rappresentative del trapanese ovvero al buzzo, al gozzo ed allo schifazzo tipiche imbarcazioni locali, armate a vela latina, di cui ha largamente illustrato le caratteristiche nel corso della sua esposizione durante la quale ha anche proiettato una interessante serie di diapositive utilizzando nel contempo anche alcuni modelli delle imbarcazioni descritte di proprietà del sodalizio.
Le sue ricerche infine lo hanno portato alla pubblicazione di un volume dal titolo '' Le barche tradizionali trapanesi '' tema appunto dell'evento.

Si riporta di seguito una sintesi liberamente tratta da quanto riferito nel corso della serata ed alcune delle diapositive proiettate e gentilmente rese disponibili per essere inserite in queste note.

Il Prof. Monteleone ha iniziato la sua esposizione parlando sinteticamente dellle caratteristiche della zona che ospitò il primo insediamento umano di Trapani per passare poi al periodo che va dal XVII secolo ad oggi di cui si hanno notizie più certe e dettagliate.
E' innegabile tuttavia che il mare per Trapani, la sua storia, il suo porto e la sua invidiabile posizione geografia, quasi al centro del Mediterraneo, è stato il protagonista più importante per i più disparati motivi come pesca, commercio, ecc. considerato che in quell'epoca il trasporto delle merci avveniva prettamente per mare considerato che scarse erano le vie di comunicazione terrestri.

Tre erano le imbarcazioni che si costruivano esclusivamente a Trapani: il LEUTELLO, lo SCHIFAZZO e il BUZZO, le ultime due erano utilizzate anche a Marsala. I cantieri che costruivano le barche più piccole erano ubicati sul lato ovest del porto ( Marina Piccola ), mentre i più grandi erano ubicati sul lato est del porto ( Marina Grande ). Barche robuste ed idonee a navigare in mare non sempre calmo e dotate in genere di un tozzo albero lievemente inclinato verso prora idoneo a sostenere l'antenna su cui veniva inferita la grande vela latina.












Le prime informazioni sui tipi di legni costruiti in città le troviamo sia dagli atti dei notai depositati dal 1400 presso l’archivio di stato di Trapani, mentre documenti significativi dell’attività cantieristica databile tra la fine del 1800 ed i primi del  1900 sono conservati nell’archivio privato del sen. Antonio D’Ali Solina.  Altre informazioni si sono avute dagli atti delle “ Maestranze ” ( Corporazioni di arti e mestieri di Trapani ) dai quali si evince che i Consoli ( cariche elettive per il governo di ciascuna corporazione ) della maestranza esigevano ogni anno da tutti i proprietari di imbarcazioni una tassa proporzionale alla portata ed ugualmente i maestri di galbo ” ( gli antichi maestri d’ascia ) dovevano versare al console dell’arte una tassa su ogni scafo costruito. Era pertanto prevista una tassa di un tarì ( il tarì nasce come moneta araba d’oro di circa un grammo e venne introdotta in Sicilia verso il 1913, coniata sotto gli Aragonesi, fino alla fine del XVIII sec. ), per ogni schifazzo di salina o liudello da pescadue tarì  per ogni schifazzo o liudello di “ riviera ”, sei tarì per un muzzo o  un paliscarmo ( barca di tonnara di lunghezza variabile fra i 15 e i 20 m. ), quindici tarì per ogni tartana. Erano esentate le imbarcazioni di lunghezza inferiore ai 30 palmi ( 1 palmo= 26 cm. ) cioè ai 7,80 metri, cioè la maggior parte delle barche da pesca.














Il legname per la costruzione, veniva importato dalla Calabria o dai monti della Sicilia tirrenica per cui il relativo trasporto incideva notevolmente sui costi, al punto da rendere talvolta conveniente comprare altrove le imbarcazioni o spostare in cantieri non trapanesi maestranze locali.

Fino al XVII secolo possiamo affermare che la '' Tartana ' era il legno più grande costruito in città. Nei secoli successivi andò aumentando la stazza dei legni costruiti per far fronte alla richiesta di maggiori quantità di merce da trasportare.

Altre preziose informazioni circa le imbarcazioni costruite in città si sono ricavate dai registri delle navi a vela iscritte presso il Compartimento marittimo di Trapani, oggi si trovano depositati presso la Capitaneria di Porto di Palermo, che coprono un arco di tempo che va dal 1890 al 1942 ed i registri delle barche, battelli e altri galleggianti conservati presso la Capitaneria di Porto di Trapani, che vanno dal 1943 ad oggi.

All’interno di questi vengono annotate ufficialmente le caratteristiche che contraddistinguono ogni mezzo nautico di natura civile, tra le quali: il numero e la data di iscrizione, il luogo e l’anno di costruzione, il nome del costruttore, la tipologia, la denominazione, la lunghezza, la larghezza, l’altezza, la stazza lorda e netta, il materiale di costruzione, la licenza di cui è munito il galleggiante, il tipo di unità motrice ( ove presente ), tutte le restanti informazioni circa i proprietari, le eventuale ipoteche, passaggi di proprietà, attestazione del pagamento dei diritti marittimi e visti annuali, il nome del conduttore del galleggiante con le date di imbarco e di sbarco, eventuali modifiche effettuate sul battello, rimotorizzazioni, cessato utilizzo, cancellazione per perdita presunta, perdita per naufragio, eventuale cancellazione per demolizione o per passaggio d’iscrizione negli analoghi registri di altri compartimenti marittimi o trasferimento verso altri porti esteri.

Erano realizzate nei numerosi cantieri navali, dei quali oggi ne rimangono ben pochi e dove in genere si fa il rimessaggio invernale delle imbarcazioni da diporto, dai '' mastri marina '', sinonimo di maestro d'ascia, che dai tronchi degli alberi grezzi ricavavano ciò che occorreva per la costruzione della imbarcazione che veniva realizzata per esperienza pratica senza ricorrere ad alcun disegno, e collaborando con chi ne aveva ordinato la costruzione  in modo da soddisfare le sue esigenze operative. L'arte e le conoscenze pratiche conservate gelosamente si tramandavano in genere nell'ambito della famiglia con un assiduo apprendistato in cui contava soprattutto l'osservazione e la pratica continua '' guardando ed osservando '' le varie fasi di tutto il processo di produzione. 

Terminata la costruzione dello scafo che iniziava con la posa della chiglia cui faceva seguito poi il posizionamento ed il fissaggio delle ordinate e quindi del fasciame su di esse, era necessario, essendo lo scafo in legno, procedere al calafataggio dei comenti ovvero degli inevitabili spazi che restavano fra i vari corsi del fasciame le cui facce superiori ed inferiori in genere non combaciavano correttamente ed in modo impermeabile. Subentrava quindi l'opera del calafataggio effettuata dal calafato, altra figura particolare, che forzando nei comenti con appositi strumenti, un martello di forma particolare e vari tipi di scalpelli, della stoppa rendeva lo scafo impermeabile. La parte immersa veniva poi in genere ricoperta di pece e successivamente talvolta anche dipinta in genere di colore scuro mentre per la parte fuori dell'acqua si utilizzavano colori più chiari.

I cantieri si distinguevano in due tipi ubicati in due zone diverse: la '' Marina piccola '' ad ovest della zona portuale dove si avevano fondali limitati e la '' Marina grande '' ad est  della zona portuale dove i fondali erano più elevati ed in relazione alla stazza chi costruiva le imbarcazioni doveva essere in possesso di uno specifico titolo professionale.

Una parte della relazione è stata dedicata dal Prof. Monteleone agli ex-voto, ovvero alle tavolette votive su cui veniva rappresentata figurativamente ed in pittura su supporti di vario tipo la grave situazione di pericolo in cui l'imbarcazione e chi vi si trovava a bordo si veniva a trovare per cui l'uomo, impotente di fronte agli eventi, si rivolgeva al sovrannaturale invocando la Madonna , i santi, Gesù per essere salvato ed ottenere il miracolo nonchè ricevere conforto e sostegno.
Una raccolta di essi oggi si trova nella Basilica dell'Annunziata di Trapani sulle pareti della cappella ubicata a destra della Cappella della Madonna di Trapani da cui poi uscendo ci si ritrova nella Cappella dedicata a S. Alberto.
In essi sono sintetizzati in pittura ed in genere con colori forti i fatti così come venivano descritti dal committente. La rappresentazione rispettava certe regole di composizione per cui in alto a destra, al centro ed a sinistra erano rappresentati la Madonna e/o i santi cui ci si era rivolti, nella parte centrale in genere il tipo di imbarcazione in pericolo e nella parte inferiore erano riportate delle scritte descrittive del fatto, della località in cui esso era avvenuto, la data e talvolta il nome e la qualifica del committente e molto raramente l'autore che lo aveva realizzato.

A seguire si è quindi intrattenuto descrivendoli il buzzo, il liutello, il gozzo e la varca longa, imbarcazioni tipicamente trapanesi, nonchè sulla loro utilizzazione nella marineria locale dando solo, per motivi di tempo, alcuni cenni sullo schifazzo.


















Il buzzo, liutello minore, la cui lunghezza variava dai 6 ai 10 metri, di aspetto tondo e panciuto era armato con vela latina su di un robusto albero inclinato verso prora e con due o tre fiocchi a prora. Era dotato anche di remi che, a seconda delle dimensioni variavano, sempre in numero pari, da 4 a 8 nel complesso. I bagli erano molto arcuati sia per guadagnare spazio sottocoperta che per favorire lo scorrimento dell'acqua che salita sulla coperta quando si navigava in presenza di mare grosso doveva scorrere verso i fianchi per essere facilmente evacuata. Aveva tre boccaporte disposte rispettivamente nella parte prodiera, a centro e nella parte poppiera e da questa posizione il timoniere manovrava il timone e la scotta della vela.

I dritti di poppa e di prora erano a rientrare e quello di prora che era notevolmente più alto terminava in una forma caratteristica detta '' a cresta di gallo ''. Era utilizzato per la pesca con le nasse, con il conzo, con la sciabica, rete di fondo a strascico per piccole profondità e talvolta per la pesca del corallo. La zona del porto in cui essi attraccavano era quella posta a levante in corrispondenza alla zona del quartiere di S. Pietro.

I motivi della loro scomparsa, specialmente dopo il 1950, furono di varia natura fra i quali l'introduzione della propulsione ad elica, le agevolazioni fiscali concesse per la costruzione ed il rinnovo del naviglio peschereccio, l'introduzione di nuovi sistemi di pesca più redditizi e con tipi diversi di imbarcazioni.
Era utiizzato per la pesca con il tartarone, sorta di rete di circuizione che non arrivava al fondo con cui il pesce veniva catturato dopo averlo attirato utilizzando l'ombra dei cannizi ( fanfali e capuna ) tramite una sola o anche due imbarcazioni e con le nasse.

Il leutello maggiore era una imbarcazione armata con due alberi, maestra, molto inclinato in avanti, e mezzana a poppa ed inclinato indietro, portanti entrambi una vela latina ed aveva anche due fiocchi a prora. Il dritto di prora, molto rientrato, presentava anch'esso la classica forma a  cresta di gallo. Con fondo piatto, lo scafo, largo al centro si restingeva verso prora e verso poppa dove assumeva una forma molto curiosa perchè prolungandosi oltre il dritto di poppa formava una sorta di piattaforma nella quale era praticata una apertura attraverso cui passavano i membri dell'equipaggio per salire o scendere su una barca di appoggio.
Erano utilizzati per il traffico ma anche per la pesca delle spugne e del corallo con '' l'ingegno ''. In tal caso montavano a poppa un argano per la sua messa a mare e recupero.


















La pesca del corallo, iniziava a maggio e terminava a settembre, in zone vicine quali Levanzo, Bonagia, S.Vito o più lontane come in Tunisia nel 1447 sui banchi di TABARKA ( serie di isolotti vicino al confine con l’Algeria), di GALITE ( vicino Cartagine ), SCHERCHI ( si trova a 60 miglia da Marettimo in acque internazionali verso la Tunisia in cui c’è una estesa secca  che quasi affiora dall’acqua ), a LIPARI, in SARDEGNA ed anche in DALMAZIA. Il corallo non venduto sulle banchine del porto veniva ammassato nella vicina chiesa di S.Lucia ( vicino l’Archivio di Stato ) e lì poteva essere acquistato sia dai trapanesi che dai forestieri.

Per la pesca delle spugne venivano utilizzate invece piccole imbarcazioni che trasportate nelle zone di pesca una dentro l'altra venivano poi messe in acqua ed eventualmente rimorchiate.
La zona di ormeggio dei leutelli maggiori era quella a ponente ed andava da Porta Serisso al bastione di S. Francesco.

Il gozzo  era una imbarcazione che normalmente si manteneva vicino alla costa esercitando vari tipi di pesca artigianale con lenze, reti da posta, piccola sciabica da spiaggia, conzu, angameddu, purpissa, ontratu, manuzza e fiocina in cui risultava indispensabile ed efficiente. Il gozzo non era solo strumento di pesca, ma anche mezzo di trasporto merci e passeggeri in ambito portuale e come barca di servizio degli ormeggiatori.
All’interno del porto i gozzi ormeggiavano in quella zona di bassi fondali, denominato seno di mare dei Cappuccini, che andava dal Bastione S. Francesco alla Chiesa e Convento dei Cappuccini. In questa zona si svolgevano varie funzioni: era porto, era cantiere, era spazio per la manutenzione delle reti, era mercato.


















Le sue estremità era molto affinate, era dotata di un albero inclinato in avanti con antenna e vela latina. Scomparvero dopo gli anni 50 essendo la poppa poco adatta alla loro motorizzazione.












Per la pesca si utilizzavano vari tipi di rete di superficie e di fondo, lenze ed ami, il pulintinu, la purpissa, l'ontrato, il conzo,l' angameddu ( piccola rete a strascico sul fondo ), la fiocina, la manuzza, lo specchio anche in relazione alla profondità in cui si operava. 


La barca lunga, anche se molto diffusa nel trapanese, non è tipica del Trapanese ma di Isola delle Femmine dove veniva qualificata come “CAPACIOTA”. Le capaciote erano mediamente lunghe da 20 a 30 palmi, ma se ne avevano anche di più lunghe ( dai 35 ai 40 palmi ) adatte alla pesca in acque più lontane.

Molto probabilmente la diffusione di questa tipologia di barca nel trapanese ebbe inizio nei primi decenni del XIX secolo quando i pescatori di Isola, alla ricerca di più ricche zone di pesca, iniziarono a trasferirsi a S.Vito Lo Capo, alle Baracche di Trapani, a Favignana, a Marettimo, a Mazzara del Vallo e a Sciacca. Ogni anno partivano il giorno di S.Giuseppe, il 19 marzo, aspettando il vento favorevole di grecale, partivano verso l'Africa, in quei mari si dedicavano per circa tre mesi  alla pesca del pesce azzurro e per S.Pietro, il 29 giugno, ritornavano a casa portando il guadagno di tre mesi di duro lavoro.
L'imbarcazione utilizzata principalmente per la pesca del pesce azzurro (sarde, acciughe) era detta varca longa ( barca lunga ) in quanto la sua lunghezza era circa 3 volte la sua lrghezza.
Era caratterizzata dall'avere lo scafo dipinto in vivaci colori scafo, da decorazioni a carattere religioso e magiche di carattere apotropaico. Il dritto di poppa, rientrante ( a trasiri ), aveva la forma di una scimitarra ( capiuni o acidduzzu di puppa) alto anche più di un metro.





















Antiche foto evidenziavano come il timone andava oltre l’alto dritto poppiero e la relativa la barra ( AGGHIACCIO ) di legno che lo sovrastava scendeva poi verso la coperta favorendo e non intralciando le operazioni di calata e salpata delle reti. Il timone inoltre si prolungava in basso ben oltre la chiglia incrementando la governabilità e diminuendo lo scarroccio sotto l'azione del vento nella navigazione sotto vela. Lo spostamento era assicurato da una vela latina e  fino a quattro banchi di voga e 12 remi, sei per lato.






Sulla barca lunga erano presenti nelle falche, nei bordi esterni del capo di banda (orlo), nelle fasce degli ombrinali, nell’opera morta a prua e a poppa sotto la cinta ( corso più alto del fasciame ) e nel capione o acidduzzu ( alto dritto di poppa ) delle decorazioni.


Sulle alte falche ( tavole di colore verde utilizzate per rialzare i fianchi dell’imbarcazione a prua e qualche volta anche a poppa, per limitare l’imbarco dell’acqua con mare mosso ) erano presenti fregi ( fasce ornamentali ad andamento orizzontale decorate con figure o motivi geometrici ) e panneggi ( insieme di pieghe morbide ricadenti ), mentre a prora veniva riportato il nome della barca e il suo numero di immatricolazione.

Presso la marineria di Castellammare del Golfo, che risentiva maggiormente dell’influenza delle vicine marinerie di Trappeto, Terrasini e Isola delle Femmine, le barche lunghe presentavano, oltre a quelle sopra descritte, ulteriori decorazioni: la tavola degli ombrinali, da prora sino a poppa, veniva decorata con gli stessi motivi presenti sulle falche e a poppa sotto la cinta veniva raffigurato, a scopo propiziatorio, il pesce oggetto principale dell’attività dell’imbarcazione.   

I pescatori, per proteggere se stessi e la loro barca dalle insidie del mare e dai mostri che si riteneva lo popolassero, solevano dipingere a prora, sotto la cinta, che era la parte della barca dedicata al profano, delle immagini che assumevano un valore apotropaico ( possedevano quella particolare carica magica capace di allontanare o distruggere gli influssi malefici ).

Vi si dipingeva a prora, ognuno con un proprio significato, l’ippocampo o cavallo marino, l’occhio, la sirena e il drago; lil dritto di poppa invece era riservata alle immagini sacre a testimoniare la fede nella religione e ad assicurarsi la protezione divina sulla barca e sui pescatori. Le immagini riprodotte in genere l'ostensorio da un lato mentre dall'altro lato S. Pietro o S. Francesco di Paola a vigilare sul buon esito della pesca in quanto in genere era da poppa che venivano calate e ritirate a bordo le reti.
Erano utilizzate per la pesca del pesce zzurro con rete derivante, il tramaglio, la sciabica ed il taratarone.

Ancora oggi nel trapanese sono operanti, a vario scopo, tre barche lunghe il cui nome è: Paola, Orza Tauro e Coccinella.

Come detto precedentemente negli ex voto si riscontra la presenza di tutte le imbarcazioni sopra descritte. Da quanto in esse riportato si può trarre tuttavia una casistica in relazione all'evento che si stava verificando che si sintetizzano in scampato naufragio, scampato annegamento, scampato incagliamento, scampato pericolo, salvataggio da fortunale e salvataggio da naufragio. 
 


















Il Prof. Monteleone ha concluso accennando anche brevemente ai vari tipi di pesca e ai diversi attrezzi e tipologie di reti che dai pescatori venivano utilizzate.




















E' seguito quindi un dibattito che ha visto la interessata ed attiva partecipazione di molti dei presenti in sala che hanno apportato alla discussione anche spunti personali ad integrazione di quanto era stato in precedenza detto ed illustrato.


Al suo termine il Prof. Valenti dopo aver ringraziato il Prof. Monteleone per la sua partecipazione alle attività culturali dell'Associazione ed aver trattato un tema che ben si è sposato con le sue finalità, a ricordo della serata gli ha donato i libro di S. Costanza '' La libertà e la roba - L'età del Risorgimento '' cui il relatore ha contraccambiato con una copia della sua pubblicazione '' Le barche tradizionali trapanesi ''per la biblioteca del sodalizio.














La serata si è conclusa con l'arrivederci a sabato 30 marzo 2019 alle ore 18.00 nei locali dell'Associazione per il prossimo evento previsto dal programma del XXXIII Corso di cultura per l'anno 2019.  






 
  



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