2011 - 06 - 18 : ' Dell'immaginario popolare: scritti vari ( 1882 - 1906 ) ' di R. Castelli - Prof. Antonino Cusumano

Sabato 18 giugno 2011 alle ore 18.30 nella sala delle riunioni ' Antonio Buscaino ' dell'Associazione per la Tutela delle Tradizioni Popolari del Trapanese sita in Trapani, Via Vespri 32, alla presenza di un folto numero di soci si è tenuto l'incontro con il Prof. Antonino Cusumano che ha relazionato sul tema a suo tempo previsto in calendario.

Il Presidente, Prof. Salvatore Valenti, dopo aver presentato l'ospite gli ha ceduto la parola.

Si riporta di seguito ed integralamente quanto esposto dal Prof. Cusumano che gentilmente ha fatto pervenire copia della sua relazione.


' A novant’anni dalla morte dell’autore l’Istituto Euroarabo di Mazara del Vallo ha deciso di ristampare alcuni scritti, poco noti e non più editati, di Raffaele Castelli, significativa figura di intellettuale mazarese, studioso delle tradizioni popolari, insigne umanista e stimato latinista.
Se è vero che chiunque voglia conoscere la storia della città di Mazara deve fare i conti con le pagine di Filippo Napoli, è anche vero che non c’è studioso interessato alle tradizioni popolari locali – e non solo locali - che non si sia dovuto confrontare con gli scritti di Raffaele Castelli, con le sue Credenze ed usi popolari siciliane pubblicate nel 1880 e più volte ancora oggi ristampate in nuove edizioni.
Sotto il titolo Dell’immaginario popolare sono stati messi insieme gli scritti tra il 1882 e il 1906, sparsi su riviste e mai più ristampati. Si tratta di saggi su miti, preghiere, modi di dire, giochi e leggende, un ampio repertorio documentale di materiali demologici che lo studioso raccolse a Mazara e costituirono contributo prezioso per la monumentale Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane realizzata da Giuseppe Pitrè.  Ad essi si trova allegata in appendice una raccolta  di proverbi, stampata a Mazara dal tipografo Luigi Ajello nel 1854. Non sono documenti recuperati da Raffaele Castelli e tuttavia passarono sicuramente tra le mani dello studioso mazarese, come del resto furono studiati e utilizzati da Pitrè per la sua opera in quattro volumi sui Proverbi siciliani.
Raffaele Castelli è stato illustre grecista e latinista, traduttore dal francese e dal tedesco: ha tradotto i Fasti e il primo libro delle Tristezze di Ovidio, dal tedesco gli Idilli di Salomone Gessner, e dal francese La religione dei Galli e il vischio di quercia, di E. Gaidoz, folklorista francese.    
In una recensione su La Revue de Linguistique del 19 ottobre 1880 Paul Sebillot, noto folklorista francese, presidente della Società di Antropologia, ebbe modo di esprimere i suoi apprezzamenti per l’opera di Castelli, attenta alle superstizioni del mare e agli usi marinari, che «in Francia – scrive lo studioso- ma in verità anche in Italia sono uno degli aspetti della cultura popolare meno approfonditi». Il suo interesse per le costumanze e gli usi marinareschi, per le tecniche rituali del varo, per la vendita all’incanto del pescato, per le quote di ripartizione alla parte dei guadagni a ciascun pescatore, per gli aspetti della religiosità popolare diffusi presso il mondo della marina ha rappresentato nel panorama degli studi del folklore un contributo originale e prezioso. Così scrive Sebillot. «La Sicilia è uno dei paesi meglio indagati d’Europa, ma anche dopo i lavori di Giuseppe Pitrè, per parlare solo del più illustre tra gli esploratori del folklore siciliano, resta e resterà, ancora per molto, da spigolare e Castelli continuerà senz’altro l’esplorazione che ha così ben iniziato. A proposito delle credenze Sebillot scrive che - «è rimasto in Sicilia uno sfondo pagano considerevole che Castelli ha avuto ragione a mettere in rilievo». E delle pagine di Castelli apprezza anche la documentazione di interesse linguistico. E in effetti Raffaele Castelli ha mostrato una  sensibilità oltremodo moderna per i dati linguistici, prodotti dalle tradizioni orali formalizzate.
Nato nel 1838 e morto a 81 anni il 29 dicembre 1919 è stato ininterrottamente dal 1883  fino al 1911, prima docente di lettere latine e greche nel Ginnasio superiore e poi preside dello stesso Ginnasio. Dedicò dunque tutta la sua vita all’educazione di intere generazioni di studenti. Fu un autodidatta. Costretto a interrompere gli studi universitari in Giurisprudenza per la partecipazione ai moti patriottici del 60, figura tra i partecipanti al comitato rivoluzionario antiborbonico di Trapani nel 1858, che riuniva i liberali mazaresi. Fu vicepresidente dell’amministrazione provinciale.
Ha intrattenuto un assiduo rapporto epistolare con Giuseppe Pitrè. Il carteggio che si conserva presso il museo Pitrè consta di 91 lettere, la maggior parte delle quali risale al periodo 1876-1883. Disponiamo soltanto delle lettere di Castelli, essendo andate disperse le risposte di Pitrè. Le lettere documentano un’amicizia durata un trentennio. Il folklorista mazarese conobbe attraverso Pitrè studiosi siciliani illustri come Vincenzo Di Giovanni, Salvatore Salomone Marino e Ugo Antonio Amico.
I due intellettuali erano pressoché coetanei: Pitrè più giovane di tre anni dominava fin da allora la scena degli studi folklorici, avendo già pubblicato i primi volumi della sua monumentale Biblioteca delle tradizioni popolari siciliane. Davanti ad una personalità di così grande rilievo, Castelli appare oltremodo ossequioso e cerimonioso. La sua, però, è una deferenza sincera e mai affettata, un’umiltà che deriva dalla consapevolezza dei debiti culturali contratti con lo studioso palermitano, non meno che dalla soggezione e dal timore dei suoi giudizi critici.
Quando Pitrè gli fa notare che alcune delle note etnografiche che Castelli gli aveva fatto pervenire erano già note e pubblicate da altri, il folklorista mazarese così si giustifica in una lettera dell’11 febbraio 1880: «Mi duole di aver ripetuto le cose scritte dagli altri ma non posso essere accusato di aver avuto l’intenzione di fare il plagiaro, poiché come ella ben dice io non ho nessuna delle opere da lei indicatemi, anzi di quasi tutte io non conosco nemmeno il titolo. Qui non vi è biblioteca, né un privato, che non è ricco ed io non lo sono, può formarsela a sua spese».
Le lettere di Pitrè valevano a sopperire a queste difficoltà, colmavano le distanze geografiche e i ritardi culturali, contribuivano ad allargare gli orizzonti delle conoscenze specialistiche. Più volte Pitrè si rivolge all’amico mazarese per assumere alcune informazioni sugli usi popolari locali. In una lettera dell’8 novembre 1876, a proposito della pubblicazione di un saggio sulle sacre rappresentazioni in Sicilia ad opera di Pitrè, Castelli osserva: «Anche qui si faceva il Mortorio di Cristo e la  Santa Margherita di Cortona, di cui è fresca la memoria, benché fossero passati non pochi anni. Mia madre che è presso ad essere ottuagenaria, se ne ricorda, e mi dice di aver veduto questa rappresentazione nella sua fanciullezza, oltre 74 anni fa. A mia memoria, cioè verso il 1847 si faceva l’entrata di Gesù Cristo in Gerusalemme, della quale specie di rappresentazioni sacre, che si facevano di giorno e per le pubbliche vie, V.S. mi pare di non aver parlato, forse perché non gli è pervenuta alcuna notizia. Posso aggiungere che l’anno passato (1875) una compagnia comica che si trovava qui, voleva nella quaresima mettere in scena il Mortorio e la Santa Margherita, ma venne vietato dall’autorità politica per non so quali motivi».
Nell’epistolario si colgono alcuni riferimenti agli eventi personali e familiari del Pitrè. Castelli si congratula con lui in occasione del suo matrimonio, è sollecito poi nell’esprimergli gli auguri per la nascita della sua prima figlia. Così scrive il 27 aprile 1878: «Mi congratulo sommamente con lei che la sua signora l’ha fatto padre di una bambina, la quale sarà senza dubbio bella e di fattezze e di animo soprattutto, nel quale non potrà dissomigliare dai suoi ottimi genitori».
Quando scoppia la polemica tra Vigo e Pitrè, Castelli difende l’amico dalle accuse di plagio lanciate da Leonardo Vigo. «Poveri letterati che sono, come noi miseri mortali non letterati, soggetti a tali bassezze». E aggiunge poi «Mi permetta che io mi congratuli cordialmente della vittoria ottenuta da V.S. in una polemica che torna per ogni verso a disonore del sig. Vigo, che a mio parere è un rimbambito». 
Quando a Palermo, “la bella e infelice Palermo” imperversa il colera, e apprende che Pitrè è ammalato, Castelli invita l’amico a mutare aria: «la mia casa è sempre aperta per lei, mi creda con tutto il cuore». Non sappiamo se Pitrè accolse l’invito a far visita all’amico presso la sua tenuta di san Giorgio.
Pochi sono in verità i riferimenti alle cronache del tempo. Non c’è alcuna eco di quello che accadeva in quegli anni, anche a Mazara, riguardo allo stato di conflittualità sociale che diede vita alle agitazioni dei fasci dei lavoratori che pur fecero registrare a Mazara memorabili episodi di drammatica violenza.
Quando Pitrè chiede a Castelli notizie intorno agli usi del lunedì dell’Angelo e dell’escursione fuori porta a Miragliano, lo studioso mazaresi scrive: «Non credo che la gita a Miragliano possa ricordare il Vespro.  Come è possibile a parer mio se cosa simile sembra che si facesse in Palermo, ancor prima del Vespro? Io credo che forse con queste gite si voglia festeggiare il ritorno della primavera, come facevano gli antichi. Ma non faccia conto del mio sciocco parere: io vedo per altri in ogni costume moderno qualche reminiscenza dell’antichità» (22 dicembre 1880). In un’altra lunga lettera del 26 febbraio 1881 Castelli riferisce a Pitrè cosa ha appreso delle credenze mazaresi intorno al Vespro, proponendo una sua personale interpretazione su un uso carnevalesco di costruire una torre dove erano i francesi destinata ad essere bruciata dopo essere stata assaltata.
Che Pitrè abbia tenuto in un grande considerazione i contributi demologici inviati dall’amico mazarese è attestato dal fatto che utilizzò ampiamente nei suoi testi le corrispondenze di Castelli. In questo senso, la città di Mazara è tra quelle della Sicilia occidentale meglio documentata nella Biblioteca di Pitrè e il nome di Castelli ricorre con alta frequenza in quasi tutti i volumi. Proverbi, indovinelli, pratiche e credenze popolari, raccolti da Castelli a Mazara, sono registrati nell’opera pitreana. Così le pagine sul festino di San Vito («La ringrazio per l’onore che mi ha fatto nel volume 21 della sua biblioteca, giovandosi di alcune mie pagine sulle feste di san Vito, che io non ricordo più in quale occasione gliene abbia mandato» (18 marzo 1900). Così quelle che si riferiscono alla Pasqua.  Più volte il medico palermitano ricorda con gratitudine l’amico mazarese nella prefazione ai suoi scritti. Nelle avvertenze al saggio Giochi fanciulleschi siciliani si legge: «Persone amiche, non meno gentili che dotte, mi hanno amorosamente aiutato favorendomi giochi a me poco noti o ignoti affatto. Ricordo a ragione di gratitudine tra i primi il latinista prof. R. Castelli, il quale mi mandò i giochi (e non sono pochi) che potè raccogliere nella sua Mazara, a santa Ninfa, Calatafimi, Marsala, Poggioreale. Nell’attestare pubblicamente a questi egregi il mio grato animo – continua Pitrè – io vo si sappia come la descrizione dei giochi che portano infine un nome di paese sono tratte dai manoscritti favoritimi da codesti amabili cooperatori».
La corrispondenza Pitrè-Castelli si interrompe nel 1910. La rottura delle relazioni epistolari coincise con la cessazione delle pubblicazioni dell’Archivio per lo studio delle tradizioni popolari diretto da Pitrè. Gli ultimi scritti di Castelli non videro mai la luce. Presso la biblioteca e l’Archivio del Museo Pitrè la ricerca che abbiamo condotto nel tentativo di trovare qualche traccia di questi manoscritti non ha prodotto alcun esito. Resta un mistero il perché non sia stato pubblicato un saggio che Castelli scrisse su un tale Frusteri Francesco, un contadino di Paceco che fu giustiziato nel 1817 con la pena della decapitazione per aver ucciso la propria madre a difesa della moglie. A questo personaggio si connette uno speciale culto, attestato a Paceco, che consisteva in un pellegrinaggio in onore del decollato, il cui corpo giace all’interno della chiesa di san Francesco di Paola dove si legge ancora oggi su una epigrafe: “Francesco Frusteri moriva rassegnato e contrito subendo l’estremo supplizio da ispirare la pubblica amministrazione” (addì 5 nov. 1817). Nonostante il matricidio, i pacecoti si erano mobilitati per ottenere la grazia, ma Frusteri si rifiutò di firmare la supplica e fu decapitato. «Da Trapani e da altri comuni vicini uomini e donne – scrive Pitrè, probabilmente sulla base della corrispondenza di Castelli -, si partono per andare a fare un lungo viaggio a piedi in onore del decollato, cui una tabella dipinta rappresenta nel momento di salire al patibolo. Questo Frusteri è in fama di santità e ho udito io stesso in Trapani, in Paceco e all’Isola grande, aver egli fatto de’ miracoli straordinari. Una lampada accesa pende giorno e notte davanti la sua sepoltura a San Francesco di Paola».
Non conosciamo le ragioni che spinsero Pitrè a non dare alle stampe lo scritto di Castelli, né a citarne la fonte. Debbo al compianto Totò Buscaino di Xitta, che qui voglio ricordare con affetto, le notizie sul culto ancora non del tutto dimenticato a Paceco intorno a questo santo contadino.
Raffaele Castelli, negli ultimi anni della sua vita, tornò a coltivare gli amori della sua gioventù: il latino che insegnò per tanti anni alle diverse generazioni di studenti del liceo, e la poesia che costituì il primo cimento del suo impegno intellettuale. I Versi latini, stampati a Mazara nel 1914 dalla gloriosa tipografia Luigi Ajello e Figli, concludono la sua produzione e ne rappresentano una sorta di testamento letterario che riassume le antiche passioni ideali dello studioso per il culto degli affetti familiari, della natura, del mito e dei classici. Cinque anni dopo la pubblicazione di questi versi Castelli si spegneva.'

Al termine della relazione è seguito un dibattito cui hanno partecipato molti dei presenti e nel corso del quale sono stati puntualizzati taluni aspetti di quanto precedentemente esposto dal Prof. Cusumano.

L'incontro è terminato con la consegna all'ospite del libro ' Storia di Trapani ' di Mario Serraino e con le fotografie di rito.

Hanno fatto seguito alcune comunicazioni relative ad eventi previsti in calendario e di imminente  realizzazione e l'arrivederci al prossimo incontro.

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